I fili d’oro di Varanasi
Dove la seta racconta la cultura di un popolo
I fili d’oro di Varanasi
Articolo di Alessandra Sala
Tra i vicoli frenetici e rumoreggianti di Varanasi, nell’India del nord, si nasconde un mondo antico, fatto di mani pazienti, ritmi lenti e fili che si intrecciano in capolavori di artigianato. Sono i tessitori dei famosi Banarasi saree, i più preziosi dell’India che, con i loro telai dal suono ipnotico, compongono vere e proprie opere d’arte.
Un’eredità senza tempo
Alcune fonti narrano che la città abbia ereditato la lavorazione del broccato d’oro e d’argento dall’impero Moghul, arrivato in India, a Varanasi, oltre cinquecento anni fa. La prima ad innamorarsene fu Nur Jahan, moglie dell’imperatore Jahangir, che decise di renderlo stoffa ufficiale di corte. Da allora, il Banarasi saree è divenuto simbolo di regalità, purezza e bellezza, un capo destinato a cerimonie importanti e rituali sacri.
Un disegno per la vita
Il lavoro di tessitore si tramanda da generazione in generazione e, proprio nel quartiere musulmano della città più antica dell’India, ogni famiglia custodisce il proprio jaal, un motivo segreto, un intreccio che racchiude la sua essenza e la sua parte più intima e preziosa. In molti utilizzano inoltre le punch card, schede forate tenute in casse di legno che aiutano, in modo più veloce e meccanico, la lavorazione dei tessuti, permettendo di sollevare/abbassare selettivamente i fili dell’ordito e creare così la trama complessa.
Tra i motivi più tipici dell’India, invece, non si può non citare il Kalga-bel, un arabesco ispirato ai giardini persiani; insieme al “jhallar” (bordo a foglie verticali) e al “buti” (piccoli motivi sparsi), sono spesso inseriti nei bordi delle stoffe e richiamano l’eleganza, la fertilità e l’abbondanza.
Precisione, dedizione e maestria artigiana
La creazione di un saree è un percorso lungo che unisce tradizione, tecnica e passione. Tutto inizia dai fili di seta che, dopo essere stati sbrogliati in acqua calda, vengono estratti dal bozzolo e attorcigliati insieme per formare un filo continuo.
Per distinguere la vera seta da quella artificiale, si brucia un filo: se lascia solo una cenere sottile e l’odoro di capelli, allora è pura.
La colorazione dei fili avviene attraverso tinture naturali presenti nel territorio dell’India del nord, derivate da piante, radici, cortecce e minerali (dalla curcuma, al sandalo, dal melograno alle foglie di neem); i fili vengono immersi nel bagno di colore, poi estratti, sciacquati e lasciati asciugare al sole, appesi su telai di bambù o su balaustre delle case.
Una volta pronti, ecco che vengono allineati sui telai e, con dedizione, intrecciati.
La realizzazione di uno di questi capolavori può variare da quindici giorni fino a sei mesi. Possono poi essere aggiunti fili metallici di zari (oro o argento) nella trama per formare disegni floreali, paisley o i “kalga-bel”, inoltre, una volta terminata la tessitura, è possibile applicare a mano perline, lustrini e paillettes attraverso diverse tecniche, tra cui quella che prevede l’utilizzo di un ago e di un uncino: l’ultimo tocco di un’arte che custodisce il tempo e l’anima di chi la crea.