Il “Cimitero Reale” di Ur
Articolo di Antonio Ratti – BBC History
Articolo di Antonio Ratti uscito su BBC History
Il “Cimitero Reale” di Ur
Il 1922 è una data diversa dalle altre quando si parla di esplorazione archeologica. Unica e molto probabilmente irripetibile. Per uno strano gioco del destino, lo stesso anno in cui il celebre Howard Carter svelava al mondo la magnificenza della tomba di Tutankhamon, l’archeologo inglese Leonard Woolley dava inizio alla campagna di scavo nel sito iracheno di Tell el-Mukayyar nel governatorato di Dhi Qar, nell’estremo sud del Paese. Un progetto che lo avrebbe reso celebre. In quello scorcio di secolo, la cosiddetta “Pax britannica” garantiva a studiosi e avventurieri opportunità di esplorazione come mai prima di allora. E i più abili e fortunati riuscirono nel loro intento. L’obiettivo era riportare alla luce le vestigia – sulla falsariga di quanto era già riuscito a fare Heinrich Schliemann nei siti di Micene e Troia – di quel lontano passato che per secoli aveva affascinato eruditi e semplici cultori di testi sacri e fonti classiche. Ecco perché in testa alla “lista dei desideri” proibiti figuravano luoghi come l’Egitto e il Vicino Oriente. La Mesopotamia in primis.
La Ur dei Caldei
Woolley non si era sbagliato nel decidere di scavare a Tell el-Mukayyar. In pochi mesi, grazie alla decifrazione delle numerose tavolette cuneiformi rinvenute in loco, era già in grado di annunciare al mondo intero che era stata riportata alla luce la leggendaria Ur, la “Ur dei Caldei” di biblica memora, centro che aveva dato i natali al patriarca Abramo. L’eccitazione provocata dalla notizia fu massima. Agatha Christie, presente sullo scavo in quanto sposata a Max Mallowan, uno dei membri più in vista della spedizione, avrebbe scritto a cose fatte: «Woolley vedeva con l’occhio dell’immaginazione: il luogo era reale per lui come lo era stato nel 1500 a.C., o qualche migliaio di anni prima. Ovunque si trovasse, riusciva a farlo rivivere. Mentre parlava, non avevo alcun dubbio che la casa all’angolo fosse stata quella di Abramo. Era la sua ricostruzione del passato e ci credeva, e chiunque lo ascoltasse non poteva fare a meno di crederlo». La celebre scrittrice rimase profondamente colpita da quella rapida successione di avvenimenti, tanto che dall’esperienza avrebbe ricavato lo spunto per uno dei suoi più fortunati romanzi, “Murder in Mesopotamia”, tradotto in italiano con il titolo meno impattante “Non c’è più scampo”. Negli anni successivi, con il procedere dei lavori, fu possibile svelare i segreti di quella che era stata una delle più potenti e ricche città-stato sumeriche. Dalle sabbie riemersero templi, palazzi, oltre a migliaia di reperti ceramici e tavolette cuneiformi. E in particolar modo i resti ben conservati di una gigantesca piramide a gradoni, che i sumeri chiamavano ziggurat, l’elemento più importante del sito. Costruita dal sovrano Urnamma e terminata dal figlio Shulgi tra la fine del III e l’inizio del II millennio a.C., è una delle torri templari meglio conservate dell’Iraq. Alla sua sommità era collocato il tempio di Nanna, il dio della luna, la principale divinità tutelare cittadina. La piramide era costituita da un nucleo di mattoni di fango e rivestita da laterizi cotti posati su strati di bitume. Tra gli altri edifici pubblici riportati alla luce spiccano l’enunmah, un enorme magazzino per lo stoccaggio di offerte e derrate alimentari; il giparu, il tempio della dea Ningal (moglie di Nanna) e residenza delle sacerdotesse entu; l’ehursag, un edificio quadrato che forse era adibito a palazzo; e l’edublamah, struttura a due stanze nell’angolo orientale della ziggurat dove veniva amministrata la giustizia. Alla lista vanno aggiunti anche i resti di un tempio costruito da Shulgi e dedicato a Nimin-tabba, una dea associata a Nanna. Woolley stabilì che la ziggurat e gli altri edifici pubblici dovevano essere circondati da un monumentale recinto sacro (tèmenos). Ma le sorprese non erano ancora finite. Quando l’archeologo inglese ordinò di eseguire una serie di sondaggi alla ricerca del suolo vergine, i suoi uomini individuarono a quindici metri di profondità uno strato compatto e sterile di fango alluvionale spesso tre metri, al disotto del quale furono scoperti i resti di una delle più antiche culture dell’alluvio mesopotamico (Ubaid), sviluppatasi in epoca prestorica. Oggi possiamo datarla intorno al 3500 a.C. Era la prova che la città era stata edificata su un terreno che celava le testimonianze di una disastrosa alluvione. Il primo pensiero fu collegare l’evento al racconto biblico del diluvio universale. Era davvero così? L’archeologo inglese non aveva dubbi a riguardo. Tutte le prove sembravano portare in quella direzione. Di quei momenti concitati ricorderà: «Quando ho scritto i miei appunti ero già convinto del significato di tutto ciò [che si trattasse del diluvio]; ma volevo vedere se altri sarebbero arrivati alla stessa conclusione. Così ho coinvolto due dei miei collaboratori e, dopo aver esposto i fatti, ho chiesto la loro spiegazione… Mia moglie si avvicinò, guardò e le fu posta la stessa domanda, e si allontanò osservando con disinvoltura: “Beh, certo, è il Diluvio”». Ai giorni nostri, gli esperti hanno ridimensionato queste certezze. Sebbene l’evento scoperto a Ur sia riconducibile a un disastrosa alluvione, è certo che si trattò di un fenomeno piuttosto circoscritto. Eventi del genere erano molto frequenti nella piaura tra il Tigri e l’Eufrate e si ripeterono con grande frequenza nel corso dei millenni. Qualcosa di simile si verificò anche nelle vicine Kish e Shuruppak, due città sumere riportate alla luce negli stessi anni in cui Woolley esplorava Ur. Il sito di Shuruppak è oltremodo interessante visto che, secondo i testi mitologici della “Terra tra i due fiumi”, qui risiedeva Ziusudra, la controparte sumera del più celebre Noè biblico. Eppure, dati alla mano, le cronologie delle tre alluvioni non coincidono. Se ad Ur il disastro avvenne intorno alla metà del IV millennio a.C., a Kish e a Shuruppak accadde più tardi, intorno al 2800 a.C. Tenendo conto di queste differenze cronologiche, non è facile dire quale dei due eventi sia il più papabile per essere associato al racconto biblico. Solo ulteriori scoperte saranno in grado di risolvere l’enigma. Resta il fatto che nessun altro sito mesopotamico ha fornito prove di simili inondazioni.
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