Jiroft, la scoperta di una civiltà nel profondo Iran
Articolo di Antonio Ratti
Jiroft, la scoperta di una civiltà nel profondo Iran
Articolo di Antonio Ratti
Jiroft, la scoperta di una civiltà nel profondo Iran
La favolosa Aratta, traboccante d’oro, argento, pietre preziose e lapislazzuli, che le mani di abili artigiani sono in grado di plasmare con impareggiabile maestria. Terra di grande abbondanza, ma pressoché inaccessibile, protetta com’è da montagne altissime e selvagge. Così la descrivono i sumeri, o forse sarebbe meglio dire il popolo delle “Teste Nere”, come in realtà erano soliti definirsi. La loro letteratura, custodita nelle preziose tavolette cuneiformi, è piena di simili rappresentazioni: lodi come l’Inno di Shulgi (“L’ho riempito con tesori come quelli della santa Aratta”), proverbi (“Quando le autorità sono sagge e i poveri leali, è l’effetto della benedizione di Aratta”) e addirittura la famosa Epopea di Gilgamesh (“Loro conoscono anche la via per Aratta”). Sul conto di questo luogo leggendario, che nell’immaginario del tempo, può essere paragonato a una sorta di Eldorado moderno, furono scritti addirittura quattro poemi, che la vedono protagonista di un’infinita disputa (militare, economica e religiosa) con i sovrani della città sumera di Uruk, Enmerkar e Lugalbanda, figure di cui sappiamo poco o quasi nulla; re mitici, mai menzionati nei testi storici, ma che appaiono citati invece nella Lista Reale sumerica, un documento che elenca la secolare successione di dinastie mesopotamiche, dal momento in cui, come si legge nel testo, la regalità scese sulla terra. Insomma dalle origini dei tempi. In un famoso passaggio del componimento “Enmerkar e il Signore di Aratta” si può leggere come un messaggero per raggiungerla dovesse attraversare le “Montagne di Zubi”, le vaste regioni di Susa e Anshan e poi altre sette terribili catene montuose. Un viaggio senza fine, infido di pericoli. Eppure ne valeva la pena, perché la ricompensa era ogni sorta di ben di dio. Ma dove si trovava veramente Aratta? Era un luogo reale o immaginario? Per oltre un secolo la sua localizzazione ha resistito a ogni sorta d’interpretazione; non pochi studiosi vi si sono cimentati, versando fiumi d’inchiostro, e proponendo soluzioni spesso ai limiti del fantastico: per alcuni era a sud del Caucaso, per altri addirittura nelle lontane montagne himalayane. Pura speculazione, tanto da far pensare che tutto quel sapere altro non fosse che la visione di una terra leggendaria, mai esistita; inafferrabile come il segreto della grandezza del popolo che la elaborò. Questo almeno finché un incredibile ritrovamento archeologico, in uno degli angoli più remoti dell’altopiano iranico, ha cambiato le carte in tavola, aprendo nuove prospettive fino ad allora impensabili.
L’anno zero
E la storia di questa sensazionale scoperta ha del romanzesco. Tra il 2001 e il 2002 il mercato antiquario internazionale fu letteralmente invaso da migliaia di reperti archeologici di squisita fattura, provenienti da quelli che avevano tutta l’aria essere scavi illegali di vaste proporzioni: vasi, coppe, contenitori, misteriose tavole gioco e pesi ansati di varie dimensioni, realizzati in clorite (una pietra semi-preziosa facile da lavorare), alabastro o marmo e splendidi intarsi in cornalina e lapislazzuli. Oltre a oggetti (fibule, armi, attrezzi e gioielli) in metallo e immancabili capolavori ceramici. Ma ciò che li rendeva unici era la complessa simbologia che ne ricopriva la superficie: animali selvatici e domestici (zebù, felini, scorpioni, rapaci, ecc.), in lotta tra loro o contro figure umane che sembrano assoggettarli, rappresentazioni naturalistiche e bucoliche (con animali che pascolano in vasti palmeti) e riproduzioni architettoniche di ipotetici templi o palazzi. E questo solo a una prima e furtiva analisi. Le poche informazioni disponibili fornite dai siti internet che li vendevano, o le case d’asta (europee, statunitensi o asiatiche) che li proponevano a caro prezzo, erano piuttosto laconiche: del tipo “provenienti dall’Asia centrale”, oppure “manufatti in Interculturalstyle”. Nessuna citazione quindi che potesse far capire esattamente il luogo di origine, e cioè la valle di Jiroft, un piccolo punto su una mappa dell’Iran sud-orientale, non lontano da Pakistan e Golfo Persico, a sud della più conosciuta città di Kerman. Una sonnolenta cittadina famosa più per le sue squisite arance che per il suo inafferrabile passato. La verità, o almeno una prima spiegazione, venne a galla solo quando il fenomeno di scavi clandestini assunse proporzioni incontrollabili e il traffico di migliaia di reperti attirò l’attenzione delle autorità iraniane. Sul finire del 2002 le forze speciali dei Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) realizzarono svariati arresti nell’ambiente dei ricettatori e confiscarono grandi quantità di oggetti già pronti per essere spediti da Teheran, Bandar Abbas e Kerman nel resto del mondo. Fu così possibile appurare che la maggior parte di essi proveniva da una serie di necropoli localizzabili tra i 28 e 50 chilometri a sud di Jiroft. Ma com’era possibile che all’improvviso fosse emersa una simile ricchezza? La spiegazione era semplice e disarmante allo stesso tempo: all’inizio del 2001 una devastante alluvione, dopo anni di relativa siccità, aveva fatto straripare il locale fiume Halil e le acque ne avevano eroso le sponde, mettendo alla luce, dopo millenni d’oblio, i resti di una misteriosa civiltà. E solo a quel punto fu possibile comprendere le dimensioni dello scempio: migliaia di sepolture devastate e depredate dei loro tesori, con una terribile perdita di preziose informazioni scientifiche. Iniziò pertanto una corsa contro il tempo per salvare il salvabile e cercare di fare luce sull’origine di quel sofisticato popolo. E come per incanto la dimenticata valle dell’Halil venne catapultata al centro dell’interesse dell’opinione pubblica mondiale e di una sbigottita comunità scientifica.