Khevsureti: il regno perduto dei guerrieri del Caucaso
Articolo di Antonio Ratti

Khevsureti: il regno perduto dei guerrieri del Caucaso
Articolo di Antonio Ratti
Nel corso dei numerosi viaggi e trekking fatti nel #Caucaso Maggiore, c’è un luogo che più di ogni altro mi ha lasciato un ricordo indelebile: il magico #Khevsureti nella Georgia nord-orientale. Una terra magica abitata da un popolo di guerrieri, i Khevsur, che ha saputo resistere per secoli a un ambiente ostile e nemici implacabili, mantenendo uno stile di vita e tradizioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Ecco perché la loro storia è diventata leggenda (questo è un articolo che scrissi nel 2018
).
Nella primavera del 1915, come narra il l’esploratore statunitense Richard Halliburton nel suo Seven League Boots, l’indaffarato governatore russo di Tbilisi, intento a leggere i dispacci che arrivavano dal fronte (l’Impero zarista era in guerra contro la Turchia), fu costretto ad alzarsi dalla scrivania. Il trambusto proveniente dalla piazza antistante la sua residenza era diventato così fastidioso da impedirgli di lavorare. Furioso per aver dovuto interrompere quelle che riteneva mansioni urgenti, si affacciò alla finestra, intenzionato a far cessare quella seccatura al più presto.
Ma non ebbe il tempo di proferir parola, perché la scena che gli si parò davanti lo lasciò interdetto. Sotto di lui era schierato, in perfetto ordine, un improbabile manipolo di cavalieri armati di tutto punto con cotte di maglia, scudi, elmi e spade. Ebbe un sussulto, pensando di essere uscito di senno. Era come se per qualche arcana ragione, dei cavalieri del XIII secolo si fossero materializzati nel bel mezzo della città più moderna del Caucaso e avessero deciso di radunarsi sotto le sue finestre.
Per fortuna non era solo, perché accanto a loro si accalcavano decine di suoi concittadini, intenti a osservare quell’incredibile spettacolo in religioso silenzio. Scartò pertanto l’ipotesi di essere di essere impazzito. Ma le sorprese non erano ancora finite, perché colui che sembrava il capo di quella masnada scese da cavallo, apostrofando: “Dov’è la guerra? Abbiamo sentito che c’è una guerra!”.
Dopodiché sottolineò a gran voce che, appena ricevuta la notizia dello scoppio del conflitto, lui e i suoi uomini non avevano esitato a imbracciare le armi e precipitarsi a offrire i loro servigi allo Zar di tutte le Russie. Tale fu l’irruenza con cui si espresse, e rimarcò la cosa, che il governatore, profondamente intimorito, non osò fargli notare che in realtà erano passati quasi sette mesi dall’inizio delle ostilità. Tanto c’era voluto perché la notizia arrivasse fino alle loro valli!
Oltre la leggenda
Si stenterebbe a credere al racconto di Halliburton se non ci fossero alcune preziose fotografie, scattate da qualche provvidenziale cronista, che ritrae quel drappello d’altri tempi intento a precorrere le vie di Tbilisi, mentre la popolazione osserva quello spettacolo nello stupore generale. Ma bastò chiedere loro da dove venissero perché l’arcano mistero sul loro conto si dileguasse all’istante. Altro non erano che guerrieri khevsur, i leggendari abitanti di una delle regioni più remote del Caucaso Maggiore, una serie di valli montane localizzate nella Georgia nord-orientale al confine con la Cecenia (confine che non è mai mutato).
Per quanto la distanza in linea d’aria da Tbilisi non superi i centocinquanta chilometri, la regione – oggi come ieri – è sempre stata isolata dal resto del Paese per quasi otto mesi all’anno a causa delle nevicate che agli inizi di ottobre, e fino alla fine di maggio, bloccano i passi, interrompendo ogni via di comunicazione. Ciò ha fatto in modo che queste genti mantenessero abitudini, tradizioni e codici di comportamento le cui origini si perdono nelle nebbie della storia. Mentre intorno a loro il mondo mutava lentamente, ma inesorabilmente, i khevsur continuarono a preservare, difendendolo con ostinazione, uno stile di vita che all’inizio del XX secolo sembrava come riemerso da un manoscritto medioevale.
Un mondo ormai anacronistico, che a capo di pochi anni si sarebbe dissolto, ma che allora era ancora in parte integro. La loro fama, e così le leggende sul loro conto, capaci d’infiammare l’immaginario di scrittori e poeti, era indissolubilmente legata alle gesta sul campo di battaglia. Erano splendidi guerrieri, animati da qualità come coraggio e lealtà, ma soprattutto desiderio di libertà, che per secoli costituirono il nerbo delle truppe dei sovrani georgiani, verso cui si dimostrarono sempre leali servitori. In cambio della loro fedeltà fu loro concesso un forte grado di autonomia, senza l’imposizione di alcun governatore locale.
Erano pertanto liberi di eleggere i loro capi, chiamati khevisberi, e uno speciale consiglio di anziani deputato a prendere decisioni per il bene comune, avendo l’ultima parola in fatto di dichiarazioni di guerra e pace, ambasciate presso il nemico e amministrazione della giustizia. In quest’ultimo caso esisteva un luogo speciale, un recinto delimitato da pietre conficcate nel terreno (uno di questi si trovava ancora nel villaggio di Dartlo nella valle di Omalo), all’interno del quale si compievano giuramenti sacri di fronte a un giudice per dirimere questioni di estrema gravità.
Una terra selvaggia
Le loro valli, conosciute con i nomi di Pkhovio e Pshavi, vengono citate in un manoscritto del VII secolo in relazione ai primi tentativi di evangelizzazione operati trecento anni prima, quando la Georgia, con la conversione del re Mirian III, abbracciò la fede cristiana. Non si trattò certo di un compito banale. Furono necessari decenni perché la nuova religione potesse mettere radici, e anche quando lo fece il risultato fu decisamente originale.
Ancora all’inizio del XX secolo le credenze dei khevsur erano infatti un curioso mix di ortodossia cristiana e credenze animiste di antichissima memoria (si rendeva omaggio alle divinità che regolavano i cicli della natura), come dimostrato dai numerosi santuari (salotsavi) presenti in ogni angolo del territorio. E pare che questa tradizione non sia mai morta, neppure in epoca di dominio sovietico. Tuttora infatti, percorrendo quelle valli, è possibile imbattersi in questi luoghi sacri (piccoli templi in pietra con una nicchia centrale) di cui la popolazione continua a prendersi cura amorevolmente, portando offerte.
Eppure col tempo la religione cristiana prese sempre più piede, trasformando i khevsur in un vero e proprio baluardo all’espansione dell’Islam, diffuso tra le vicine popolazioni daghestane e cecene. Non stupisce pertanto che i rapporti con i loro vicini siano sempre stati conflittuali: uno stato di guerra continuo che ha plasmato il loro carattere bellicoso. Combattere e prevalere, o in caso contrario sconfitta e sottomissione. Sono celebri le loro razzie in territorio nemico, così come i disperati assedi che dovettero subire. Ma la guerra era solo una delle tante sfide.
Vivere in quell’ambiente selvaggio, sottoposti ai rigori di un inverno senza fine, richiedeva capacità di adattamento fuori dal comune. Secondo la testimonianza del viaggiatore Gordon Cooper, che ebbe modo di raccogliere informazioni sul loro conto negli anni ‘40 del 900, i khevsur “vivono raggruppati in un certo numero di villaggi, praticando una vita comunale, e dipendono in larga parte sulle loro greggi di pecore, capre e bovini.
L’orzo è la loro principale coltura. Sono largamente autosufficienti, producendo la maggior parte del loro cibo, costruendo le proprie case in pietra e fabbricando i loro attrezzi e gli abiti”. E poco dopo ricorda come fossero di corporatura robusta e slanciata, indossassero lunghe camice fatte a mano, larghi pantaloni da cavallerizzi e caratteristici cappelli neri in pelle di pecora, non dissimili da quelle delle altre popolazioni montanare della regione. Ogni uomo inoltre portava a tracolla un moschetto e una coppia di bandoliere per le munizioni.
Tradizioni immutabili
Non sappiamo con esattezza quando i khevsur abbiano cominciato a utilizzare vecchi fucili ad avancarica, ma di certo fu un’innovazione che non stravolse le loro consuete abitudini belliche. Il loro equipaggiamento infatti, in particolar modo nelle occasioni speciali (parate) e duelli, rimase sempre la panoplia di epoca medioevale: cotta di maglia integrale, spada e scudo rotondo. Cooper a tale proposito chi ha lasciato un’interessante descrizione: “La cotta di maglia era costituita da migliaia di anelli in ferro battuto, costituenti un capo flessibile che copriva il corpo… Un elmo realizzato con lo stesso materiale che si adattava al capo, lunghi guanti per le braccia e gambiere… completavano la protezione. Ogni equipaggiamento pesava circa quattordici chili… Le loro spade erano lunghe all’incirca trenta centimetri ed erano diritte, a doppio filo… Gli scudi erano piccoli e rotondi, intorno ai diciotto centimetri di diametro…”.
In una società militarizzata in cui la guerra era un elemento imprescindibile, i giovani erano avviati al combattimento fin da tenera età: dovevano saper cavalcare con destrezza e acquisire la necessaria confidenza con le armi. Non stupisce pertanto che anche in tempo di pace si tenesse viva l’attenzione ricorrendo a duelli, spesso cruenti, a cui prendevano parte tutti gli uomini. Una tradizione, vissuta come sport, ma anche come addestramento per le reclute, le cui regole risalivano a tempi immemorabili. Come avvenissero lo spiega sempre Cooper: “I duelli avevano luogo in spazi aperti ai margini dei villaggi. Con addosso le armature, i duellanti si schieravano uno di fronte all’altro. Al segnale convenuto, si lanciavano uno contro l’altro, menando fendenti e cercando di colpirsi, parando i colpi e girando in tondo come una coppia di galli da combattimento.
Le lame delle spade cozzavano una contro l’altra, scivolavano sulle armature e cozzavano contro gli scudi di pelle, che erano usati più per deviare i colpi che assorbirli”. I combattimenti per un estraneo avrebbero potuto sembrare quanto di più violento ci potesse essere, considerando che i duellanti assumevano spesso sostanze eccitanti e lanciavano terribili urla, ma era un evento molto raro che finissero in tragedia. In quei pochi casi in cui ciò accedeva, era usanza risarcire la vittima ferita cedendogli alcuni capi di bestiame. A questi spettacoli in genere non erano ammesse le donne, ma sorprende sapere che solo a loro, e a una giovane fanciulla in particolare, spettasse il compito di mettervi fine, gettando un fazzoletto all’interno dell’area di combattimento.
Tuttavia questa è solo una delle tante curiose tradizioni riguardanti l’universo femminile. Fino agli inizi del XX secolo infatti era abitudine che le partorienti venissero rinchiuse in una capanna isolata, mentre il marito si aggirava nei paraggi facendo fuoco con un moschetto per tenere lontani gli spiriti maligni. Se il travaglio andava a buon fine, la neo-madre era costretta a passare un altro mese segregata, assistita da una giovane che le portava il cibo, finché veniva liberata e la capanna incendiata. Altrettanto insolita era l’usanza chiamata c’ac’loba che regolava i rapporti prematrimoniali, secondo cui una giovane coppia poteva giacere insieme solo con una spada posta tra loro, essendo proibito l’atto sessuale. Pena la morte del giovane amante.
Villaggi dalle alte torri
I khevsur non erano solo ottimi guerrieri ma anche infaticabili costruttori. Lo si può comprendere esplorando le loro valli, dove svettano ancora edifici di incomparabile bellezza, capaci di resistere per secoli a un clima spietato. Un’architettura che li ha resi celebri ed è un tratto peculiare della regione. Il paesaggio, man mano che ci si inoltra al suo interno, è disseminato di torri di guardia, costruite in posizione strategica su crinali o in prossimità di vie di comunicazione. Servivano per controllare il territorio e consentire, in caso d’attacco, una pronta segnalazione del pericolo. Se l’avvistamento era confermato, si accendeva un fuoco di segnalazione per avvisare della presenza di intrusi e si faceva uscire una staffetta a cavallo per dare l’allarme.
Queste strutture in pietra a secco, che hanno una forma slanciata e possono arrivare a una quindicina di metri d’altezza, terminano con un caratteristico tetto troncoconico alla cui sommità è presente una caratteristica pietra bianca (quarzo) che, in base alle testimonianze, è di buon augurio. E poi ci sono i villaggi veri e propri, collocati in genere a mezza costa (i sentieri antichi non seguivano il corso del fiume ma sorgevano più in alto) o in prossimità di corsi d’acqua dove la valle tendeva ad allargarsi. Qui, a fianco delle classiche torri di difesa, troviamo vere e proprie case-torri, più grandi e dalla forma più tozza, di due o tre piani e tetto piatto.
A piano terra erano custoditi gli animali e si cucinava, mentre i livelli superiori erano destinati ad alloggio. Le finestre sono poche e minuscole. Anche in questo caso gli edifici sono in pietra a secco, con spessi travi in legno per sostenere gli alzati a cui si accedeva tramite scale. Esplorandone l’interno (quando si sono conservati in buono stato) a fatica si riesce a comprendere come i loro abitanti potessero vivere a stretto contatto in ambienti così claustrofobici e privi di luce, avvolti dalla fuliggine delle lampade e dai fuochi usati per cucinare e riscaldarsi. Oggi gran parte di questi centri sono spopolati (un fenomeno iniziato a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso per la politica sovietica di decentramento nelle pianure) e la maggior parte è in rovina. Senza manutenzione, in capo a pochi decenni, i tetti sono collassati e sono rimaste solo le mura perimetrali.
Solo due o tre centri maggiori (Shatili, Omalo e Dartlo) continuano a sopravvivere per l’imponenza delle costruzioni e per essere ancora in parte abitati dalle famiglie degli antichi proprietari che, durante i mesi estivi, ripopolano le valli per sfuggire al caldo delle pianure o condurre in montagna i loro animali. Per tale ragione molte delle case-torri, per quanto solo alcune siano realmente abitate (si preferiscono case in legno più comode), sono state ristrutturate. Senza nulla togliere agli altri è Shatili, l’antica capitale del Khevsureti, a impressionare maggiormente. Collocata in pianoro a poca distanza dal fiume Argun, è costituita da almeno una cinquantina di abitazioni, una addossata all’altra, con piccole finestre e balconi in legno sulla sommità, a denotare il carattere prettamente difensivo. Le vie sono strette e i portali d’accesso, sormontanti da architravi in pietra con complessi simboli, decisamente monumentali.
Entrarvi all’interno è come ritornare indietro nel tempo. Se per lo più sono spoglie, con le pareti annerite dalla fuliggine depositatasi nei secoli, in alcuni casi è ancora possibile ammirare splendidi mobili e cassapanche in legno finemente decorate con motivi geometrici e floreali. A fatica si riesce a fermare l’immaginazione, proiettata indietro nel tempo quando, queste abitazioni pullulavano di vita con le donne dedite alle faccende domestiche e gli uomini impegnati a scrutare l’orizzonte per prevenire possibili attacchi. Sotto le mura di Shatili infatti si consumarono assedi leggendari come quelli raffigurati nei dipinti di un famoso pittore georgiano, Gigo Gabashvili, che ha dedicato gran parte della sua vita a narrare le gesta di queste genti davvero fuori dal comune.






