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L’enigma Göbekli, nuova alba della civiltà?

Articolo di Antonio Ratti – BBC History

Articolo di Antonio Ratti uscito su BBC History

Può un elemento così immateriale come la religione, una manifestazione così poco definibile come il sacro, aver generato la scintilla capace di plasmare la Civiltà come la conosciamo oggi? Fino a quindici anni fa, un’ipotesi simile avrebbe fatto gridare all’eresia; nessuno studioso si sarebbe mai sognato di avallare una simile teoria. Non oggi, però. Qualcosa nel frattempo è profondamente cambiato, e tutto si deve a una clamorosa scoperta archeologica. Dopodiché nulla sembra più spiegabile con le vecchie teorie. Come ha rilevato Ian Hodder, archeologo dell’Università di Stanford, “Göbekli Tepe ha cambiato tutto”.

La collina tondeggiante

Allontanandosi dalla città di Urfa in direzione di Mardin, lungo l’attuale confine che divide la Turchia dalla Siria, dopo pochi chilometri ci s’imbatte in un cartello isolato dal nome quasi illeggibile che in turco si pronuncia ɡøbe̞kli te̞pɛ. Abbandonando la via maestra, la strada dopo poche centinaia di metri si restringe e perde il suo manto di asfalto, trasformandosi in uno sterrato serpeggiante tra aspre colline modellate dalla mano dell’uomo nel corso dei secoli. Man mano che ci s’inoltra in questo paesaggio s’incontrano abitazioni isolate di contadini, finché dopo una decina di chilometri, in prossimità del villaggio di Karaharabe, la via si biforca e sale decisamente, seguendo i bordi di una collina calcarea che conduce a un falsopiano, e qui s’arresta bruscamente. Siamo arrivati sulla cima di un “tepe”, che in turco significa collina artificiale-tumulo; qui la vista è superba, impareggiabile. Sebbene l’altitudine superi a malapena i trecento metri, siamo al vertice di un rilievo da cui lo sguardo non trova ostacoli per decine e  decine di chilometri in ogni direzione. Se si decide, poi, di avventurarvisi in una tersa giornata invernale, e si è fortunati, verso nord si possono scorgere i primi contrafforti innevati delle montagne della Turchia sud-orientale in direzione di Diyarbakir, dominate dall’imponente mole del vulcano Karacadağ, verso est le sorgenti del fiume Balik, a sud la fertile pianura di Harran e a ovest i rilievi collinari su cui si adagia la sacra città di Urfa. La storia che ha portato a quest’incredibile scoperta è davvero curiosa. Göbekli Tepe è citato la prima volta in un articolo di Peter Benedict, membro della spedizione congiunta turco-statunitense che tra il 1963 e il 1972 esplorò l’area sud-orientale della Turchia nell’ambito di un progetto di localizzazione di siti preistorici. L’archeologo, però, non sembrò capire l’importanza del sito, o forse i tempi non erano maturi perché il suo segreto venisse svelato. Fatto sta che nel suo rapporto si parla di un complesso di collinette in terra rossa dalla forma tondeggiante localizzate su un’alta cresta con andamento sud-est. Niente di speciale, quindi; nulla per cui spendere tempo e risorse.

Colossali circoli megalitici

Il tutto cadde nell’oblio per oltre trent’anni, finché nel 1994 una missione turco-tedesca, guidata dal professor Klaus Schmidt, dopo la segnalazione di un pastore imbattutosi in strani affioramenti, riuscì a giudicare in modo corretto la natura del sito, interpretando le “collinette” come un tumulo artificiale di notevoli dimensioni in grado di celare al suo interno un vasto complesso megalitico. Quelli che Benedict pensava fossero frammenti di steli funerarie recenti, erano, invece, i resti di pilastri in calcare a forma di “T” che costituivano gli elementi portanti di colossali circoli di pietre. Schmidt capì immediatamente l’importanza del complesso. I primi scavi sistematici furono compiuti l’anno seguente e fin da subito emerse che ci si trovava di fronte a qualcosa di unico e straordinario, qualcosa che avrebbe potuto rivoluzionare non solo tutte le precedenti teorie di popolamento dell’area, ma l’intero processo di sviluppo della Rivoluzione neolitica. Le campagne di scavo, succedutesi con regolarità, hanno ormai permesso di appurare che Göbekli Tepe è un sito databile tra il Tardo Paleolitico e il Neolitico pre-ceramico, edificato da genti che non conoscevano ancora l’uso di metalli, ceramica, agricoltura e allevamento; quelli che gli studiosi definiscono popolazioni di cacciatori-raccoglitori, e che il radiocarbonio calibrato, analizzando materiale organico recuperato negli strati più antichi, ha datato (nei livelli più antichi) approssimativamente al 9600-8800 a.C. Ciò che però lascia di stucco è che fino a oggi sia stato portato alla luce solo una piccola percentuale dell’intero complesso che si estende per circa 300 metri di diametro e raggiunge un’altezza di 15. Se, infatti, le prospezioni con radar GPR e le analisi geomagnetiche realizzate da Schmidt si riveleranno esatte, è probabile che il sito nasconda i resti di quasi venti strutture rituali. Ciò significa che oltre alle quattro già dissepolte, denominate A, B, C, D altre aspettano di essere portate alla luce (nelle ultime stagioni ne sono state parzialmente scavate altre tre F, G, H). Prospettiva che, ancora una volta, dimostra l’unicità di un luogo che sembra non avere similitudini in nessuna parte del mondo. L’intero complesso è una struttura compatta che nel corso degli scavi ha rivelato più strati di accumulo, al cui interno non sono stati individuati materiali ceramici o metalli, solo ossa e semi carbonizzati di specie animali o vegetali selvatiche. Il tutto ha permesso di stabilire che i suoi costruttori non avessero la benché minima conoscenza di pratiche agricole o allevamento. Come lo stesso Schmidt ha più volte ribadito, non si muovono pietre di dieci tonnellate senza una buona ragione, in particolar modo se non si hanno a disposizione strumenti per lavorare e trainare oggetti di tali dimensioni. In questo caso sembra chiaro che il lavoro fu eseguito manualmente con sforzi ciclopici e ingente dispendio di energie. L’estrazione dei massi nelle cave, che sono state localizzate sugli altopiani calcarei tutt’intorno, e la costruzione dei recinti megalitici non può essere stato fatto in poco tempo da uno sparuto numero di persone. Lo scopritore, inoltre, puntualizza: “L’assenza di resti di un abitato e dei suoi caratteri distintivi (focolari, ceneri, resti di macellazione, ecc.) suggeriscono che il sito fosse occupato solo a livello stagionale, forse per celebrare festività religiose”.

L’articolo completo è visibile sulla rivista BBC HISTORY n.57 acquistabile QUI

L’enigma Göbekli, nuova alba della civiltà

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