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Ritorno a Kashgar

Articolo di Gabriele Battaglia su ETEROCROMIA

Articolo di Gabriele Battaglia

Torno a Kashgar dopo diciotto anni.

In mezzo è successo di tutto.

Io stesso sono cambiato: c’ero venuto da viaggiatore-giornalista, adesso ci vengo da viaggiatore-guida (più o meno), senza l’incombenza del pezzo da portare a casa.

E poi, sono più vecchio.

Ma le emozioni sono in agguato.

La città è la più occidentale della Cina, in un angolo remoto circondato da cinque paesi – Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan e Pakistan – e da tre catene montuose: il Tianshan, a nord, che si allunga fino all’Uzbekistan; il Pamir, a sud-ovest che questo angolo di Cina condivide con il Tagikistan; il Karakorum – a sud-sud-est, oltre il Pamir – che ospita il K2, seconda montagna più alta della terra, che ha il suo versante cinese proprio in Xinjiang. A est, ecco il deserto del Taklamakan.

Kashgar era una città-oasi sulla via della Seta, una tappa fondamentale per i contatti tra Cina e Asia Centrale. E, in qualche modo, lo è ancora.

È anche la città più uigura della Cina: se nel capoluogo dello Xinjiang, Urumqi, il 75 per cento della popolazione è ormai han, qui le percentuali si ribaltano e si stima che in città l’etnia turcofona sia compresa tra il 70 e l’80 per cento, per arrivare fino al 90 per cento nella prefettura più estesa.

Dal 2009, Kashgar è stata investita da un enorme rinnovamento urbano. La città vecchia, che risale a duemila anni fa, era una ragnatela di vicoli tra case di paglia e fango, generalmente a un piano. Lo era anche quando ci venni io, nel 2008. Ci vivevano duecentomila persone.

Dal 2009 – si diceva – dopo il devastante terremoto del Sichuan, il governo cinese decise di ristrutturare l’intera città vecchia per ragioni di sicurezza abitativa, per portare fognature e gas, abbattere le vecchie case e ricostruirle in cemento ma, volendone preservare lo stile, si decise di ricoprirle di fango e paglia.

Pensavo di tornare e trovare una ristrutturazione desolante, come in tante altre città cinesi, mi preparavo ad affrontare la mia stessa tristezza, mortificazione; ma mi sbagliavo: questa modernissima città antica non è fatta male.

Nel 2008 della mia venuta a Kashgar andavo a zonzo, libero. La città era nota per due grandi mercati, eredi dei bazar lungo la via della Seta: uno di animali, soprattutto le famose pecore dalla coda grassa con cui si fanno gli spiedini più buoni del mondo; l’altro, dove si vendeva di tutto, era il famoso mercato della domenica, definito “il più grande dell’Asia centrale”. Ai tempi, mi resi conto che in realtà l’intera città era un enorme bazar. Oggi il mercato della domenica c’è ancora, ma non è grande come un tempo.

Ogni giorno, alle 10:30 di mattina, uno spettacolo allestito dal governo decreta l’apertura della porta orientale della città vecchia. Migliaia di turisti cinesi sollevano gli smartphone per riprendere una coreografia che racconta una storia ben precisa: Kashgar è sempre stata “Cina”, la Cina ha portato civiltà e progresso dove prima c’era disordine e barbarie: suonatori in costumi tradizionali uiguri, comparse vestite da guerrieri cinesi delle dinastie Han e Tang, con contorno di carovana sulla via della Seta. C’è la “fragrante concubina” Xiang Fei, che una ricca famiglia uigura concesse all’imperatore cinese Qianlong nel diciottesimo secolo. Ed ecco a cavallo Ban Chao, esploratore, conquistatore e poi governatore che nel primo secolo dopo Cristo amministrò con giustizia le “province occidentali”.

Cina e Xinjiang sono sempre stati una sola cosa; Kashgar è sempre stata parte della Cina.

Progresso e turismo sono lì a ribadirlo.

La moschea Id Kah, la più importante della città, è l’unica rimasta operativa ed è soprattutto la principale attrazione turistica. Le altre, quelle piccole e sparse nei vicoli, che si confondono con le case di fango aggiornate al presente, sono state chiuse. La versione ufficiale è che “non venivano utilizzate”. Erano inutili. Uno spreco.

Quando venni alla moschea, nel 2008, intorno c’erano i vicoli con la loro vita peculiare. Ora c’è un grande piazzale, le statue di alcuni cammelli a cui è stato attaccato un cammello vero. Se paghi, puoi farti fotografare con il costume da mercante sulla via della Seta e – ovviamente – con i cammelli finti e con quello vero.

Il racconto continua qui: https://ljubo.substack.com/p/ritorno-a-kashgar?utm_id=97758_v0_s00_e0_tv1_a1dennhb0k3t5h&fbclid=IwY2xjawU8FsRleHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMXlsN2xGbVEyS1lKa0w3dU5zcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeC5hKbVE1PUGyc-K9OSSW82AZXJwRDYaAJbw4XGWnIoMBJgkhEOuC4M73Kg8_aem_NsT4XnpBqF8-pRJuSDpRtA

Via della Seta Cina

Via della Seta Cina

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