World Nomad Games in Kirghizistan, dove galoppa lo spirito della steppa
Articolo di Stefano Berra

World Nomad Games in Kirghizistan, dove galoppa lo spirito della steppa
Articolo di Stefano Berra uscito il 10 ottobre 2026 su DOVE Viaggi del Corriere della Sera
Per qualche istante, sulla linea di tiro, ogni rumore si spegne. Una donna mongola solleva l’arco. Indossa il deel, l’abito tradizionale mongolo, e compie ogni gesto senza fretta: sistema i piedi, tende la corda, fissa il bersaglio. La freccia parte e si pianta al centro. Intorno a lei tornano le voci del pubblico, ma quell’immagine resta sospesa. Per un momento, la distanza tra la competizione sportiva contemporanea e l’addestramento degli antichi popoli della steppa sembra annullarsi. Pare di essere tornati al tempo delle grandi orde, quando uomini e donne imparavano a cavalcare e a tirare con l’arco quasi prima ancora di saper camminare.
World Nomad Games 2026: le Olimpiadi dei popoli nomadi
Dal 31 agosto al 6 settembre 2026 il Kirghizistan ha ospitato la sesta edizione dei World Nomad Games. Dopo la cerimonia inaugurale nella capitale Bishkek, le competizioni hanno animato le rive dell’Issyk-Kul, tra Cholpon-Ata e la vallata di Kyrchyn: corse a cavallo, lotte tradizionali, tiro con l’arco, prove di forza e giochi d’intelligenza.
Chiamarli le Olimpiadi dei popoli nomadi aiuta a farsi un’idea delle dimensioni dell’evento, ma ne descrive soltanto una parte. Le gare convivono con musica, artigianato, narrazione orale, caccia con le aquile e vita negli accampamenti. Il risultato è meno ordinato di una normale competizione sportiva e proprio per questo più interessante. Il passato non viene ricostruito dietro una vetrina: torna a produrre polvere, rumore, sudore e fatica.
Il Kirghizistan offre a tutto questo uno scenario naturale. È un Paese chiuso tra le montagne e, allo stesso tempo, aperto verso un cielo che sembra occupare gran parte del paesaggio. Cavalli, yurte e pascoli d’alta quota non sono semplici decorazioni per i visitatori. Appartengono ancora alla vita di molte famiglie e a una memoria condivisa che i Giochi provano a rendere visibile.
Le origini dei World Nomad Games
Le radici simboliche dei World Nomad Games affondano nella grande epopea kirghisa di Manas, uno dei più vasti poemi appartenenti alla tradizione orale mondiale. Per secoli le imprese dell’eroe sono state tramandate dai manaschi, narratori capaci di recitare a memoria migliaia di versi davanti alle comunità raccolte ad ascoltare.
In uno degli episodi più conosciuti dell’epopea, il Kokotaydyn ashy, popoli e tribù provenienti da terre lontane si riuniscono per una grande cerimonia funebre. Durante il raduno si svolgono corse di cavalli, lotte, prove di forza e incontri tra i rappresentanti delle diverse comunità. È un momento di celebrazione, ma anche di diplomazia e confronto. Lo sport non è separato dalla vita sociale: diventa un linguaggio attraverso il quale misurare il valore degli uomini, rinsaldare alleanze, risolvere rivalità e mostrare la forza del proprio popolo.
Quell’antico raduno viene oggi considerato una sorta di modello ideale dei World Nomad Games. Nella vita della steppa, infatti, saper cavalcare, combattere, scoccare una freccia o resistere alla fatica non rappresentavano soltanto un passatempo. Erano capacità indispensabili per sopravvivere in un ambiente nel quale la distanza tra predatore e preda, vincitore e sconfitto, poteva diventare estremamente sottile.
Le tradizioni dei popoli nomadi
Anche il periodo dell’anno scelto per i Giochi conserva un significato particolare. Per le popolazioni nomadi la fine dell’estate coincideva con la conclusione della permanenza negli alpeggi e nei pascoli d’alta quota. Prima di riprendere il cammino e prepararsi ai rigori dell’inverno, le comunità si riunivano in grandi incontri collettivi. Si celebravano matrimoni, si organizzavano banchetti, si narravano storie e si disputavano gare. La fine di una migrazione diventava così l’occasione per ritrovarsi. È lo stesso spirito che i World Nomad Games cercano oggi di riportare in vita.
Quando sono nati i World Nomad Games
L’idea moderna dei Giochi cominciò a prendere forma grazie al kirghiso Askhat Akibaev, considerato l’ideatore e il principale promotore del progetto. L’obiettivo iniziale era valorizzare gli sport tradizionali del Kirghizistan, ma il disegno si allargò presto fino a comprendere le culture nomadi provenienti da diverse regioni del mondo.
Un passaggio fondamentale avvenne nel 2012, durante il vertice dei capi degli Stati turcofoni riuniti a Bishkek. La dichiarazione sottoscritta in quell’occasione sostenne la creazione di un appuntamento internazionale dedicato alle tradizioni nomadi. Due anni più tardi l’idea divenne realtà.
La prima edizione dei World Nomad Games si svolse nel settembre 2014 a Cholpon-Ata, sulle rive dell’Issyk-Kul. Il Kirghizistan ospitò anche le due edizioni successive, richiamando un numero crescente di atleti e delegazioni internazionali. Dopo la pausa imposta dalla pandemia, nel 2022 i Giochi si trasferirono a Iznik, in Turchia, e nel 2024 ad Astana, in Kazakistan. Nel 2026, dodici anni dopo il debutto, sono tornati sulle montagne e sulle rive del lago da cui erano partiti.
World Nomad Games: molto più di una competizione sportiva
Oggi i World Nomad Games si sviluppano attorno a tre grandi dimensioni: etnosport, etnocultura e conoscenza tradizionale. Le competizioni rappresentano quindi soltanto una parte della manifestazione. Accanto agli atleti trovano spazio artigiani, musicisti, studiosi, allevatori, cantastorie, cacciatori con le aquile e rappresentanti di comunità arrivate da ogni parte del mondo.
L’edizione del 2026 si è aperta il 31 agosto nella nuova Bishkek Arena, davanti alle delegazioni internazionali e ai capi di Stato arrivati nella capitale anche per il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. La cerimonia, con la sfilata delle nazioni, le danze e le rappresentazioni dedicate alla storia kirghisa, ha mostrato fin dall’inizio la doppia anima della manifestazione: moderna nell’organizzazione, antichissima nello spirito.
Dal giorno successivo il centro dei Giochi si è spostato nella regione dell’Issyk-Kul. All’ippodromo di Cholpon-Ata si sono disputate le grandi corse e alcune delle competizioni equestri, mentre altre discipline hanno trovato spazio nell’arena del kok boru, nei complessi sportivi e nei centri culturali della città.
Gli sport dei World Nomad Games
Osservando le competizioni si comprende immediatamente come molte di queste discipline siano nate dalle esigenze quotidiane dei popoli nomadi. Servivano forza, equilibrio, resistenza, capacità di cavalcare e prontezza nel combattimento. Qualità indispensabili per sopravvivere nella steppa, proteggere il bestiame e affrontare lunghi spostamenti attraverso montagne e deserti.
Alysh e le prove di forza
Nelle arene si incontrano uomini enormi che lottano stringendosi per la cintura, cercando di sollevare l’avversario e scaraventarlo a terra. Cambiano i nomi, i costumi e le regole, ma il principio rimane lo stesso: nessuna fuga, nessuna distanza, soltanto due corpi aggrappati l’uno all’altro finché uno dei due perde l’equilibrio. Tra le forme più diffuse vi è l’alysh, la tradizionale lotta alla cintura kirghisa, affiancata da discipline provenienti dalla Mongolia, dal Kazakistan, dalla Turchia, dall’Iran e da altre regioni dell’universo nomade.
Poco distante si svolgono le prove di forza. Atleti dalle braccia gigantesche sollevano pietre e pesi, trascinano oggetti, si affrontano nel braccio di ferro oppure nel mas-wrestling, una particolare disciplina nella quale due concorrenti, seduti uno di fronte all’altro e con i piedi appoggiati a una tavola, cercano di strappare dalle mani dell’avversario un corto bastone di legno.
Poi arriva il tiro alla fune, apparentemente il più semplice e universale dei giochi. Due squadre, una corda e una linea tracciata sul terreno. Bastano però pochi secondi per rendersi conto della forza e del coordinamento necessari: i corpi si piegano all’indietro, i piedi scavano nella terra e il pubblico accompagna ogni strappo con grida e incitamenti.
Il tiro con l’arco, a piedi e a cavallo
Tra le discipline più spettacolari vi è il tiro con l’arco tradizionale. Sulla stessa linea di tiro si ritrovano mondi lontanissimi tra loro. Ci sono arcieri con lunghe tuniche e copricapi che richiamano le antiche corti persiane e arabe, accanto ad altri che, avvolti in mantelli verdi e abiti decorati, sembrano appena usciti dal mondo degli elfi. Ognuno porta con sé la storia e l’immaginario del proprio popolo.
Ancora più difficile è il tiro con l’arco a cavallo. Il cavaliere deve lanciare l’animale al galoppo, lasciare le redini, ruotare il corpo e scoccare contro bersagli disposti lungo il percorso. Tutto avviene in pochi secondi, in un equilibrio perfetto tra uomo, cavallo e arco. Non è soltanto una prova sportiva, ma la riproposizione di una tecnica che per secoli ha reso temibili i guerrieri delle steppe.
Kok boru e gli sport a cavallo
Il cavallo rimane il vero protagonista dei World Nomad Games. Nelle corse sulla lunga distanza vengono messi alla prova velocità e resistenza, mentre nell’er enish due cavalieri cercano di disarcionarsi a vicenda, lottando senza mai scendere a terra.
Ma è nel kok boru, lo sport nazionale kirghiso, che il rapporto tra cavaliere e cavallo diventa più spettacolare. Due squadre si contendono l’ulak, tradizionalmente una carcassa di capra, cercando di depositarlo nel tai kazan avversario, una grande struttura circolare che funge da porta. A prima vista è difficile seguire l’azione: i cavalieri si stringono attorno all’ulak, si ostacolano, si piegano dalla sella quasi fino a toccare il terreno. Poi uno emerge dalla mischia e parte al galoppo, inseguito dagli altri. Nella polvere si distinguono appena le maglie e le teste dei cavalli; dalle tribune arrivano grida che accompagnano la corsa fino alla porta.
Dalla caccia con le aquile ai giochi d’intelligenza
Accanto alle gare equestri si svolgono le competizioni legate alla caccia tradizionale. Aquile reali lanciate verso una preda, falconieri con pesanti guanti di cuoio e taigan, i veloci levrieri kirghisi allevati per inseguire gli animali tra le montagne. Anche in questo caso non si tratta di una semplice esibizione, ma del ricordo di pratiche che permettevano alle famiglie nomadi di procurarsi il cibo e sopravvivere durante i lunghi e rigidi mesi invernali.
Non tutte le sfide richiedono però forza fisica o coraggio. Nei padiglioni dedicati ai giochi d’intelligenza regna un’atmosfera completamente diversa. I giocatori di toguz korgool, il tradizionale gioco strategico kirghiso, siedono in silenzio davanti a una tavola formata da piccole cavità e muovono pietre calcolando con attenzione ogni scelta. Fuori galoppano i cavalli e il pubblico grida, mentre qui la battaglia si combatte soltanto con la mente.
È proprio questa varietà a rendere i World Nomad Games qualcosa di difficile da paragonare a qualsiasi altra manifestazione. Nello spazio di pochi metri si passa dal frastuono del kok boru al silenzio degli arcieri, dalle urla degli uomini impegnati nella lotta alla concentrazione dei giocatori seduti davanti a una tavola da gioco. Ogni disciplina racconta un frammento della vita nomade e ricorda che nella steppa la forza non era sufficiente: servivano intelligenza, pazienza, coraggio e soprattutto la capacità di vivere in armonia con il proprio cavallo e con la natura.
Kyrchyn, il villaggio delle yurte
Il cuore culturale della manifestazione è stato il villaggio etnico di Kyrchyn. Nella grande vallata incastonata tra le montagne è sorto per alcuni giorni un immenso villaggio formato da centinaia di yurte. Ogni regione del Kirghizistan ha ricostruito il proprio accampamento, presentando abiti, musica, gastronomia, rituali, giochi e forme di artigianato.
Camminare per Kyrchyn significava attraversare un mondo in continuo movimento. Da una yurta arrivava il suono di un komuz, uno strumento a corde tradizionale kirghiso, da un’altra il profumo della carne cucinata sul fuoco. Gruppi di uomini e donne indossavano abiti tradizionali, gli artigiani lavoravano il feltro e il cuoio, mentre intorno agli accampamenti cavalieri, aquile e cani da caccia attendevano l’inizio delle esibizioni.
C’erano anziani dai volti scavati dal vento e bambini con il tradizionale kalpak bianco in testa. Qualcuno invitava i visitatori a entrare nella propria yurta, qualcun altro offriva una ciotola di kumys, il latte di giumenta fermentato bevuto da secoli dalle popolazioni della steppa.
L’ospitalità, nel mondo nomade, non è mai stata soltanto una forma di cortesia. In territori immensi, dove per giorni si poteva viaggiare senza incontrare un villaggio, accogliere uno sconosciuto significava spesso salvargli la vita. Ancora oggi entrare in una yurta vuol dire essere invitati a sedersi, condividere il cibo e diventare, almeno per qualche momento, parte della famiglia.
L’acqua del Khan Tengri e la Carovana dell’Unità
Uno degli elementi più simbolici dei World Nomad Games è la Carovana dell’Unità. Non si tratta di una semplice processione, ma di un viaggio cerimoniale che precede l’inizio della manifestazione e rappresenta il legame tra le diverse regioni, la continuità delle tradizioni e l’unione tra i popoli.
Il simbolo centrale della carovana è l’acqua, considerata fin dall’antichità un elemento sacro. Viene raccolta dai ghiacciai del Khan Tengri, una delle montagne più imponenti e simboliche dell’Asia Centrale, il cui nome significa “Signore del Cielo”.
L’acqua rappresenta la vita, la purezza, l’origine e il movimento. Prima dell’inizio dei Giochi viene trasportata in tradizionali recipienti chiamati kökör e unita a quella proveniente dalle altre regioni del Paese. Durante la cerimonia inaugurale le acque vengono infine versate insieme, in un gesto che richiama il rispetto per gli antenati e l’appartenenza a un patrimonio comune.
Informazioni utili: La prossima edizione dei World Nomad Games è prevista a Kazan, in Russia, nell’agosto 2028. L’autore del reportage, Stefano Berra, è fondatore di Piste Nomadi, tour operator specializzato in viaggi in Asia Centrale.
Link all’articolo: https://viaggi.corriere.it/itinerari-e-luoghi/cards/world-nomad-games-in-kirghizistan-dove-galoppa-lo-spirito-della-steppa/






